Nebulante e Plasmantico

Con i cicli Nebulante e Plasmantico esploro le infinite possibilità del formarsi della forma.

Lasciata da parte ogni velleità progettuale, non rimane altro che una proceduralità utopica, un farsi e disfarsi della memoria resa schiava e, al contempo, libera, dall’universo del divenire nel suo ripetersi: solo all’interno di una proceduralità umana l’infinito può venire oggettivato, uniformato, definito, ma sempre senza abbandonarne la sua intrinseca qualità magnificamente caotica. La procedura, come àncora di salvezza dell’umano all’interno dell’infinito divenire, non deve però volersi sovrapporre a quest’ultimo, nasconderlo, neutralizzarlo, ma solo salvarci, prolungandoci l’esistenza, offrendoci una speranza che non vuole però essere volontà di controllo, ma solo una boccata di ossigeno in preparazione a un nuovo balzo.

Mentre nei lavori del ciclo Plasmantico (i primi cronologicamente) esponevo in modo quasi totalmente passivo le forze ermetiche dello spazio fattivo, con Nebulante la spazio è depurato, la proceduralità più definita, le forze dello spazio prendono forma in sé, rendendomi parte attiva della loro forma-azione: nei Plasmantico le convulsioni del pennello sulla tela erano imprevedibilmente numerose, lavorate su più piani, con diverse tonalità di colore, diverse densità del medio, lavorando più colori direttamente sulla tela senza averli mischiati in precedenza, fino a quando l’energia del formarsi della forma si era esaurita. Nei Nebulante il tratto è invece più preciso, minimale e diretto. Purificato. Caos libero di mostrare sé stesso nel suo inesauribile farsi: energia che anima sé stessa eternamente grazie al segno sulla tela del quale io sono attore, colore e forma: il suo spazio gravitazionale, il campo magnetico che ne genera le forze, le origina, e finalmente permette loro di scaturire.