Livelli di percezione

Giovanni Dominoni, Livelli di Percezione: Corda, Ecopelle nera mostrata sui due lati e acrilico

 

 

 

Il titolo “Livelli di percezione” o “Superimposizioni” in realtà non vuole dire o spiegare nulla. Si basa semplicemente su un dato di fatto, ovvero che ci sono più tele sovrapposte, anche magari solo a livello di illusione ottica. Poi è sicuramente vero che la mente di qualunque persona funziona sempre su più livelli contemporaneamente. Attenzione, non voglio qui parlare dei diversi livelli intellettuali, o di diverse capacità di capire o intuire, maggiore o minore intelligenza. No, qualunque mente, appartenente a qualunque estrazione sociale, lavora sempre su più livelli allo stesso tempo. Infiniti livelli.

Se vogliamo provare un esercizio intellettuale e raggrupparli nel numero più piccolo possibile, il primo gruppo è quello del “venire” alla luce, di qualcosa che accade. Ad esempio, il tuo corpo ha bisogno di cibo, di energia. È il livello dell’evento. Le cose accadono. Tutto qui. Il secondo gruppo, è quello in cui il corpo reagisce a modo proprio, ovvero basandosi su di una memoria collettiva, o di specie per “realizzare” che si ha fame: il corpo si fa “sentire”. Il terzo gruppo è quello della rielaborazione emozionale, sentimentale, o addirittura intellettuale della propria fame: tutte rielaborazioni che intrecciandosi tra di loro concorrono a costruire ciò che la fame significa per noi. Il quarto livello è quello dell’azione. Ovvero si reagisce ad uno stimolo. Si va a cercare cibo, o semplicemente si mangia, oppure si sta a digiuno, o magari si scrive un trattato sulla fame. Ma si fa qualcosa. Si prende possesso del proprio tempo e del proprio spazio. Si è qualcosa.

Si tratta, in realtà, di un processo in continua evoluzione che ci porta a prendere possesso del nostro tempo e del nostro spazio e, così facendo, agire, essere. Insomma, questo processo è un cerchio chiuso che parte da un evento, e finisce per generare un altro evento. “Chiuso” ovviamente in senso astratto, nel senso che ce lo figuriamo come un cerchio che si chiude in sé stesso, come un eterno ritornare dello stesso processo, ma in realtà è un fiume in piena che spacca ogni argine, perché ogni evento, come è adesso chiaro, genera un nuovo evento che va e si espande nel mondo (o in noi stessi), generando nuovi eventi e così via.

Insomma questa divisione in quattro livelli è fittizia, perché ogni cosa, alla fin fine, è parte di questa catena di eventi inarrestabile: anche qualunque rielaborazione intellettuale è azione, perché provoca anche solo una minima ristrutturazione della nostra rete neurale, o comunque per lo meno un’azione a livello sinaptico. E io nella mia opera vedo proprio questo riflesso: il divenire in azione. Questo genera l’illusione di una dualità (il bianco e il nero), di un ritmo dell’esistenza. È un’illusione perché in realtà tutto avviene senza soluzione di continuità. Ma la dualità dell’esistenza è pur sempre immagine del come noi siamo al mondo, e questo non può essere negato, se vogliamo essere autenticamente noi stessi. Insomma, in realtà tutta questa spiegazione è un’illusione: non c’è un significato determinato e spiegabile nella mia opera, altrimenti l’opera non sarebbe “autentica”. L’opera è quel che è, azione, evento, accadimento. Se mi chiedete che cosa questo significhi, al massimo posso chiedervi che cosa significhi per voi essere “vivi”. Che respiriamo, mangiamo e ci riproduciamo? Beh, possiamo insegnare anche ad un computer a farlo e, in ogni caso, anche la mia opera è fatta di parti sovrapposte bianche e nere. E quindi? È questa la risposta alla domanda?

Se vogliamo fingerci esseri superiori che colgono la Natura nel suo farsi, possiamo farlo. Ma in realtà non siamo esseri superiori. Siamo un corpo che vede la natura attraverso un suo filtro. E questo filtro si chiama “ritmo”, ovvero il tempo scandito dalla nostra consapevolezza degli avvenimenti attorno a noi. Ognuno degli infiniti livelli di percezione del mondo partecipa in questa sua ritualità, creando un infinito ribollire di eventi. A volte le giornate finiscono prima, a volte dopo: dipende dalla quantità di eventi che il nostro corpo riesce ad elaborare, dipende dal ritmo con il quale il nostro corpo interpreta il mondo. Dipende da come il mondo elabora noi. Insomma, siamo animali musicali, ritmici, e la nostra capacità di completamente perderci nel ballo sfrenato o nella musica stessa ne è la prova, perché nel ballo e nella musica noi “diventiamo” noi stessi, il nostro ritmo, il ritmo del mondo per come lo stiamo vivendo in quel momento e per come esso ci sta generando.

Da questo punto di vista, le mie opere sono affini a quelle di diversi artisti e pensatori contemporanei. Le forme luminose di Michel Verjux, ad esempio, scandiscono lo spazio umano dell’essere, generano una contrapposizione fittizia tra luce ed ombra, dentro e fuori, mondo all’interno dell’obiettivo fotografico della nostra mente, e mondo al di fuori. La luce di Michel Verjux non è luce che illumina, ma è il ritmo stesso della vita, luce che danza nella solitudine sovraumana dell’evento che accade e fa accadere.

La dicotomia bianco-nero delle opere di Bruno Querci ci permette di navigare nel mare della vita, nel suo fluire tutto sommato tranquillo (perché al di là di qualunque comprensione umana) che scandisce il ritmo della nostra esistenza, gli dà una forma, gli conferisce sostanza. Le opere di Bruno Querci generano in noi un evento: esse ci fanno separare, dividere l’unità della tela nello spazio, ce lo fanno scandire ritmicamente. Esse ci aprono uno squarcio dentro, mostrandoci chi siamo. Anche se “chi siamo” è incomunicabile, è la forma abbagliante dell’evento puro. Guardare un’opera di Bruno Querci, è come ascoltare una melodia: essa si dà come ritmo della nostra vita, dall’interno.

Le tele di Nelio Sonego sono archetipi rutilanti dell’evento. Su di esse le linee si danno, si incrociano, si flettono, si incurvano, e schizzano via inarrestabili. Esse dividono la tela in spazi che sembrano essere instabili, in continuo movimento. La sovrapposizione di più tele ne altera ulteriormente la fissità, rendendo il tutto un continuo rimescolarsi di eventi che la mente però riesce a cogliere come un tutt’uno. Le sue linee sono nere, perché esse null’altro sono che il limite tra un evento e l’altro: null’altro sono che la necessità pratica dell’esistere di un ritmo. Eppure Nelio Sonego non rinuncia a quella singola linea rossa, pungente, graffiante. Questa linea irrompe nella continuità del tutto, la spacca. Essa è l’evento che assurge alla coscienza. Grazie a questa linea rossa, la sua opera non è solo catena di eventi, ma è catena di eventi che prende un nome, si dà come unità, come autenticamente individuale e “pensante”.