Il pensiero che divora



Il pensiero che divora
selvaggia onnipresenza
ch’abbrama il divenire.
Pensiero che non sa,
ma vuole diventare
divenire
esistenziare
quest’amore dell’eterno
il suo feroce disprezzare.1


Quando proviamo a figurarci cosa sia mai un pensiero, tendiamo a ridurlo nella nostra mente ad una serie di idee e concetti connessi tra di loro da un filo logico. Questa deleteria immagine non rende affatto giustizia all’essenza più profonda del pensiero, che è quella di una forza puramente creativa, bramosa del suo stesso divenire, motivata dal solo scopo – se di scopo si può parlare – del produrre “l’altro da sé”, del superamento di sé stesso in un vortice creativo-distruttivo. Questo vortice, direbbe Nietzsche, conduce al suo destino più luminoso e splendente: l’ “oltre-uomo”, l’essere per sé, il formarsi della forma che si dà per ritirarsi e generare l’ “altro da sé”: un nuovo “oltre-umano”, un nuovo pensiero. È un atto d’amore supremo, quello della generazione dell’altro da sé, segno della più profonda umiltà quando l’attore cancella se stesso in favore dell’atto. E profondo disprezzo per tutto ciò che è immoto e debilitante: attore che non agisce, seme che non germoglia.

È dunque l’amore per il foglio che mi porta a volerlo penetrare con i gesti e le pennellate, frantumarlo e modellarlo con segni “oltre umani” perchè senza una ragione o una volontà descrittiva, ma frutto invece del solo desiderio di generare l’altro da me sul foglio, in me stesso, nello spettatore, nello spazio… in un vortice di delirante onnipotenza. Ed è il disprezzo per il foglio, d’altra parte, la forza bruta e selvaggia che mi sprona a distruggere quel candore insopportabilmente bianco del foglio, luogo di ogni possibilità ma non ancora “azione”, per innescare quel formarsi della forma che per sua stessa essenza diviene “altro da me” fin dal primissimo momento della sua generazione. Ed io non sono che il suo attore.

Giovanni Dominoni
Riga, maggio 2016

Note:

  1. 1 – “Esistenziare” è ovviamente un neologismo. Esistere è un verbo intransitivo: chi/cosa esiste, esiste per sé, e nel verbo “esistere” non si trova alcuna idea di divenire, né tantomento quella del generare un’altra esistenza. “Esistere” non è né divenire, né procreare. Eppure il senso stesso dell’esistenza umana risiede in queste due azioni! Ecco perchè ho sentito il bisogno di creare questo neologismo. Con il verbo “esistenziare”, voglio denotare un’esistenza che è al tempo stesso “flusso”, e generatore di altra esistenza. È quindi un verbo transitivo: il pensiero, che è flusso nel flusso dell’esistenza, per sua stessa essenza genera altro flusso, altro pensiero: “l’amore dell’eterno, il suoferoce disprezzare”.